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Alla Rocca d’Ambin tra passato e presente


Agosto 2007

Con il CAI di Susa, dopo 135 anni dalla prima ascensione, tra memoria e attualità

Escursione e rievocazione nei giorni 13, 14 e 15 agosto

Le foto della rievocazione storica.

A corollario delle celebrazioni che si

sono svolte per solennizzare l’anniversario di fondazione del CAI di Susa è stata ripetuta dopo 135 anni, l’eroica conquista della Rocca d’Ambin, che contribuì alla scrittura di una importante pagina della storia dell’alpinismo.

La memorabile ascensione traendo origine dall’irrefrenabile attrazione per le terre alte, rappresentò in quell’epoca caratterizzata dalla “corsa alle Alpi” l’inizio dell’alpinismo in Valle di Susa. Per comprendere tale approccio, è opportuno ripercorrere brevemente l’evoluzione dell’alpinismo, quale emerge dal volume celebrativo pubblicato per l’occasione, dal titolo; “135 anni di passione per la montagna”.

Fin dall’antichità i monti rappresentavano nell’immaginario qualcosa di grande legato al concetto di divinità, per cui l’atteggiamento dell’uomo verso le vette fu assai timoroso. Per trovare invece il nascere di un interesse vero e proprio per la natura alpestre, occorre giungere fino al 1700, secolo in cui la stanca pausa barocca stava ormai tramontando sotto l’impulso innovatore dello spirito illuministico. Attraverso i nuovi interessi degli uomini di cultura, nasce un diverso modo di studiare l’ambiente in tutte le sue espressioni. Forte del suo pensiero razionale, logico e matematico, l’uomo si avventura in ogni ramo del sapere, senza timori ed inconsce inibizioni. Il massimo merito alla divulgazione del sentimento di ammirazione nei confronti dell’ambiente naturale, è attribuibile allo scrittore e filosofo svizzero Jean-Jacques Rousseau; egli nella sua celebre opera “Meditazioni del Passeggiatore Solitario” espresse tutta la sua passione per la botanica e la natura, sentita come l’antitesi alla città viziosa e corruttrice.

Tuttavia gli storici unanimemente hanno convenuto sul fatto che l’inizio dell’alpinismo coincide con la prima ascensione sul Monte Bianco, promossa dallo scienziato naturalista Horace Benedict de Saussure e compiuta l’8 agosto 1786 dal Dott. Paccard e Jacques Balmat. In un primo tempo l’alpinismo fu preceduto dallo spiccato interesse per il suggestivo mondo ancora sconosciuto che la catena alpina offriva, attraendo botanici, geologi, scienziati, personaggi del clero, filosofi ed intellettuali appartenenti alle classi sociali più agiate. Ma dopo le prime conquiste portate a termine da alpinisti attratti dallo straordinario ambiente naturale, il timore ancestrale si trasformò in una sorta di piacere misterioso. Per gli uomini alla ricerca di Dio, la montagna appare in tutto il massimo splendore nella sua atmosfera balsamica e rigenerante dello spirito.
L’ascesa si trasforma in ascesi poiché lo spirito è nel suo elemento, l’uomo si smaterializza in quella immensa cattedrale coperta da una luminosa volta celeste e si immerge in una fonte di spiritualità, rivelazione e di ispirazione. Gli esteti ammirano estasiati le bellezze dei monti, il paesaggio sempre mutevole, i colori delle rocce ed i fiori variopinti. E fu così che ben presto un numero sempre maggiore di appassionati, scoprì il fascino dell’avventura in montagna. D’altronde proprio il Romanticismo cominciava a farsi strada nella cultura europea, intravedendo nell’ambiente alpestre il proprio ambito ideale: il silenzio, le cupe foreste di conifere, i laghi morenici nei quali si rispecchiano le vette, gli scintillanti ghiacciai eterni, il rito misterioso dell’aurora, la dolcezza dei tramonti.

Per effetto della forte spinta romantica e delle migliorate condizioni di benessere socio-economico l’alpinismo si apre ulteriormente verso larghi strati sociali. Si formarono così le prime organizzazioni che diedero vita alle capanne, alla pubblicazione delle guide alpinistiche, allo sviluppo dei primi villaggi dando impulso a quel gigantesco fenomeno che oggi si definisce turismo. Prima di tutti furono gli inglesi ad avventurarsi sulle Alpi. Su questa scia seguirono gli italiani: Quintino Sella, Luigi Vaccarone, Bartolomeo Gastaldi, Leopoldo Barale, Martino Baretti, Alessandro Martelli; sono solo alcuni degli esploratori delle Alpi piemontesi che mossero i primi passi. Anche nel Circondario di Susa all’inizio degli anni70 dell’Ottocento, alcuni esponenti di rango elevato, colsero i segni del nuovo clima che si era instaurato a Torino fra una ristretta elite, la quale il 23 ottobre 1863 dette origine al Club Alpino.

Il 21 luglio 1872 per iniziativa di 21 persone, viene quindi fondata la Sezione del Club Alpino di Susa, collocandosi all’invidiabile ottava posizione in Italia dopo Torino, Aosta, Varallo, Agordo, Domodossola, Firenze e Napoli. La Sezione diede avvio ad una frenetica attività; oltre ad organizzare numerose escursioni a scopo didattico sulla geologia, meteorologia, e botanica, si dedica ad attività culturali, realizzando svariate opere celebrative del glorioso passato sabaudo ed erigendo monumenti allo scopo di perpetuare il ricordo dei personaggi illustri del territorio valsusino. Nel corso della riunione tenutasi il 3 Agosto 1872, il Consiglio Direttivo decise di organizzare la prima ascensione; la montagna prescelta fu la Rocca d’Ambin e dopo aver individuato l’itinerario, stabilì di effettuarla nei successivi giorni 13, 14 e 15. La dettagliata cronaca dell’impresa si deve all’avvocato Ernesto Hermil, segretario della Sezione che in un Bollettino del CAI definì la Rocca d’Ambin “la più ragguardevole e poco esplorata cima che corona la Valle di Susa”. Alle ore 3 e mezzo pomeridiane del giorno 13, partirono in sette da Susa per Giaglione, dove li attendevano le guide, i portatori ed un animale da soma..

Ad accompagnarli due esperte guide: una quel Giovanni Aschieris di Giaglione infaticabile cacciatore di camosci che non era riuscito a salvare nonostante il suo coraggio, l’ingegnere Antonio Tonini, rilevatore catastale per la stesura della mappa Rabbini, che nel 1860 morì in un crepaccio del ghiacciaio dell’Agnello. Nella relazione Hermil definirà Aschieris “una guida prudente, riflessiva che conosce palmo a palmo le nostre montagne e che, dietro ai suoi passi, l’alpinista può camminare sicuro”. L’altra guida era Michele Plano che avendo svolto per lungo tempo il ruolo di canneggiatore durante le operazioni trigonometriche del catasto, aveva ripetutamente perlustrato tutte le vette che dal Frejus si estendono alla Roche Michel ed al ghiacciaio della Roche.
Il Segretario Hermil nella sua relazione, precisa che dopo aver raggiunto il poggio delle Rovine (così chiamato poiché il torrente Clarea trovando in questo poggio un ostacolo, lo va gradatamente rovinando) proseguirono lungo il canale irrigatore di Maria Bona. Giunsero poi a notte fonda all’Alpe Tiraculo dove vennero accolti dai pacifici abitanti che concorsero con raffinata arte culinaria a rifocillarli. Dopo aver dormito ammucchiati solo alcune ore su un po’ di fieno “in pieno comunismo” alle due del mattino ripartirono su un sentiero pietroso chiamato “strada arrabbiata”. Superati i ghiacciai della Coche, dell’Agnello e del Mottet, che fanno mettere a dura prova gli alpenstock, alle tre del pomeriggio del 14 agosto giunsero sulla vetta. Hermil così prosegue: “il panorama che si presentò ai nostri occhi da quella cima di 3375 metri è di un’imponenza senza pari. Non una nube che offuscasse la serenità dell’orizzonte; da un lato le cime del Vallonet, di Sommeiller e di Etiche, dietro le quali si apre il bacino di Rochemolle e di Bardonecchia; la punte di Belle Combe sullo sfondo dell’interminabile catena delle montagne della Savoia; presso di noi le vertiginose guglie dei Tre Denti fantasticamente bizzarre; poi la maestosa cima di Bard graziosamente coperta da una calotta di ghiaccio; più lungi il Rocciamelone che visto da questo lato presenta un aspetto svelto ed elegante e la delicata sfumatura delle montagne che vanno man mano perdendosi nelle pianure piemontesi.

Sostammo ad ammirare il meraviglioso spettacolo e non avremmo così presto lasciata la contemplazione di tante bellezze se un vento gelato ed impetuoso non ci avesse costretti a prendere rapidamente la discesa. Alle otto di sera finalmente scorgevamo a poca distanza innanzi a noi le grange di Sevina; i tre portatori che avevamo congedato alla mattina ci attendevano in una grangia di proprietà del Signor Valloire, ove ricevemmo dalla sua figlia Rosa la più cortese ospitalità. Era da diciotto ore che ci trovavamo in cammino, tredici di salita e cinque di discesa; quindi si può agevolmente comprendere l’entusiasmo col quale dopo una breve refezione si presero d’assalto i giacigli di paglia messi a nostra disposizione.” Il giorno successivo gli alpinisti, scesi alla Gran Croce del Moncenisio, vennero raggiunti da numerosi amici saliti appositamente da Susa per festeggiarli e dopo un lauto banchetto, verso sera il folto gruppo si incamminava lungo la strada napoleonica raggiungendo così la sede del Club nel palazzo Couvert “lietissimi della fatta escursione riuscita in modo così piacevole e soddisfacente”.

Dopo 135 anni dalla memorabile impresa, nei medesimi giorni 13, 14 e 15 di Agosto, con costumi d’epoca, corde di canapa, ramponi, racchette da neve ed alpenstock come quelli usati dai pionieri dell’alpinismo valsusino, un gruppo di Soci CAI, nel rigoroso rispetto del programma e dell’itinerario seguito in quell’epoca, ha effettuato la rievocazione della conquista della Rocca. Si è quindi ripetuta la prima ascensione di gruppo che la storia ci ha tramandato, che a pieno titolo può considerarsi la genesi dell’alpinismo in Valle di Susa. Nei tempi in cui i ricordi parevano affievolirsi, mantenere vive le proprie radici e rispolverare le memorie del passato, stimolano motivazioni di fierezza fra coloro che si ispirano ai valori morali dei propri predecessori.

Con questi intenti, il Consiglio direttivo auspica pertanto che il ricordare come la montagna sia stata vissuta dai pionieri dell’alpinismo, rinvigorisca la passione per le terre alte e contribuisca a far lievitare l’orgoglio di appartenenza ad una associazione che può fregiarsi di una storia memorabile.

Per saperne di più:

E. HERMIL, Ascensione della Roche d’Ambin, Bollettino del CAI n. 20 Vol. VI – 1873 p.p. 244 – 250

R. FOLLIS, 135 anni di passione per la montagna, Bevione, Borgone di Susa, 2007.

Roberto Follis

 

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