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da: La Valsusa - n.
40 del
30 agosto 2007
Con
il CAI di Susa, dopo 135 anni dalla prima ascensione,
tra memoria e attualità
Alla
Rocca d’Ambin tra passato e presente
Escursione e
rievocazione nei giorni 13, 14 e 15 agosto
A
corollario delle celebrazioni che si sono svolte per solennizzare
l’anniversario di fondazione del CAI di Susa è stata ripetuta dopo 135
anni, l’eroica conquista della Rocca d’Ambin, che contribuì alla
scrittura di una importante pagina della storia dell’alpinismo. La
memorabile ascensione traendo origine dall’irrefrenabile attrazione per
le terre alte, rappresentò in quell’epoca caratterizzata dalla “corsa
alle Alpi” l’inizio dell’alpinismo in Valle di Susa. Per comprendere
tale approccio, è opportuno ripercorrere brevemente l’evoluzione
dell’alpinismo, quale emerge dal volume celebrativo pubblicato per
l’occasione, dal titolo; “135 anni di passione per la montagna”.
Fin
dall’antichità i monti rappresentavano nell’immaginario qualcosa di
grande legato al concetto di divinità, per cui l’atteggiamento dell’uomo
verso le vette fu assai timoroso. Per trovare invece il nascere di un
interesse vero e proprio per la natura alpestre, occorre giungere fino
al 1700, secolo in cui la stanca pausa barocca stava ormai tramontando
sotto l’impulso innovatore dello spirito illuministico. Attraverso i
nuovi interessi degli uomini di cultura, nasce un diverso modo di
studiare l’ambiente in tutte le sue espressioni. Forte del suo pensiero
razionale, logico e matematico, l’uomo si avventura in ogni ramo del
sapere, senza timori ed inconsce inibizioni. Il massimo merito alla
divulgazione del sentimento di ammirazione nei confronti dell’ambiente
naturale, è attribuibile allo scrittore e filosofo svizzero Jean-Jacques
Rousseau; egli nella sua celebre opera “Meditazioni del Passeggiatore
Solitario” espresse tutta la sua passione per la botanica e la natura,
sentita come l’antitesi alla città viziosa e corruttrice.
Tuttavia gli storici unanimemente hanno convenuto sul fatto che l’inizio
dell’alpinismo coincide con la prima ascensione sul Monte Bianco,
promossa dallo scienziato naturalista Horace Benedict de Saussure e
compiuta l’8 agosto 1786 dal Dott. Paccard e Jacques Balmat. In un primo
tempo l’alpinismo fu preceduto dallo spiccato interesse per il
suggestivo mondo ancora sconosciuto che la catena alpina offriva,
attraendo botanici, geologi, scienziati, personaggi del clero, filosofi
ed intellettuali appartenenti alle classi sociali più agiate. Ma dopo le
prime conquiste portate a termine da alpinisti attratti dallo
straordinario ambiente naturale, il timore ancestrale si trasformò in
una sorta di piacere misterioso. Per gli uomini alla ricerca di Dio, la
montagna appare in tutto il massimo splendore nella sua atmosfera
balsamica e rigenerante dello spirito.
L’ascesa
si trasforma in ascesi poiché lo spirito è nel suo elemento, l’uomo si
smaterializza in quella immensa cattedrale coperta da una luminosa volta
celeste e si immerge in una fonte di spiritualità, rivelazione e di
ispirazione. Gli esteti ammirano estasiati le bellezze dei monti, il
paesaggio sempre mutevole, i colori delle rocce ed i fiori variopinti. E
fu così che ben presto un numero sempre maggiore di appassionati, scoprì
il fascino dell’avventura in montagna. D’altronde proprio il
Romanticismo cominciava a farsi strada nella cultura europea,
intravedendo nell’ambiente alpestre il proprio ambito ideale: il
silenzio, le cupe foreste di conifere, i laghi morenici nei quali si
rispecchiano le vette, gli scintillanti ghiacciai eterni, il rito
misterioso dell’aurora, la dolcezza dei tramonti. Per effetto della
forte spinta romantica e delle migliorate condizioni di benessere
socio-economico l’alpinismo si apre ulteriormente verso larghi strati
sociali. Si formarono così le prime organizzazioni che diedero vita alle
capanne, alla pubblicazione delle guide alpinistiche, allo sviluppo dei
primi villaggi dando impulso a quel gigantesco fenomeno che oggi si
definisce turismo. Prima di tutti furono gli inglesi ad avventurarsi
sulle Alpi. Su questa scia seguirono gli italiani: Quintino Sella, Luigi
Vaccarone, Bartolomeo Gastaldi, Leopoldo Barale, Martino Baretti,
Alessandro Martelli; sono solo alcuni degli esploratori delle Alpi
piemontesi che mossero i primi passi. Anche nel Circondario di Susa
all’inizio degli anni70 dell’Ottocento, alcuni esponenti di rango
elevato, colsero i segni del nuovo clima che si era instaurato a Torino
fra una ristretta elite, la quale il 23 ottobre 1863 dette origine al
Club Alpino.
Il
21 luglio 1872 per iniziativa di 21 persone, viene quindi fondata la
Sezione del Club Alpino di Susa, collocandosi all’invidiabile ottava
posizione in Italia dopo Torino, Aosta, Varallo, Agordo, Domodossola,
Firenze e Napoli. La Sezione diede avvio ad una frenetica attività;
oltre ad organizzare numerose escursioni a scopo didattico sulla
geologia, meteorologia, e botanica, si dedica ad attività culturali,
realizzando svariate opere celebrative del glorioso passato sabaudo ed
erigendo monumenti allo scopo di perpetuare il ricordo dei personaggi
illustri del territorio valsusino. Nel corso della riunione tenutasi il
3 Agosto 1872, il Consiglio Direttivo decise di organizzare la prima
ascensione; la montagna prescelta fu la Rocca d’Ambin e dopo aver
individuato l’itinerario, stabilì di effettuarla nei successivi giorni
13, 14 e 15. La dettagliata cronaca dell’impresa si deve all’avvocato
Ernesto Hermil, segretario della Sezione che in un Bollettino del CAI
definì la Rocca d’Ambin “la più ragguardevole e poco esplorata cima che
corona la Valle di Susa”. Alle ore 3 e mezzo pomeridiane del giorno 13,
partirono in sette da Susa per Giaglione, dove li attendevano le guide,
i portatori ed un animale da soma.. Ad accompagnarli due esperte guide:
una quel Giovanni Aschieris di Giaglione infaticabile cacciatore di
camosci che non era riuscito a salvare nonostante il suo coraggio,
l’ingegnere Antonio Tonini, rilevatore catastale per la stesura della
mappa Rabbini, che nel 1860 morì in un crepaccio del ghiacciaio
dell’Agnello. Nella relazione Hermil definirà Aschieris “una guida
prudente, riflessiva che conosce palmo a palmo le nostre montagne e che,
dietro ai suoi passi, l’alpinista può camminare sicuro”. L’altra guida
era Michele Plano che avendo svolto per lungo tempo il ruolo di
canneggiatore durante le operazioni trigonometriche del catasto, aveva
ripetutamente perlustrato tutte le vette che dal Frejus si estendono
alla Roche Michel ed al ghiacciaio della Roche.
Il
Segretario Hermil nella sua relazione, precisa che dopo aver raggiunto
il poggio delle Rovine (così chiamato poiché il torrente Clarea trovando
in questo poggio un ostacolo, lo va gradatamente rovinando) proseguirono
lungo il canale irrigatore di Maria Bona. Giunsero poi a notte fonda
all’Alpe Tiraculo dove vennero accolti dai pacifici abitanti che
concorsero con raffinata arte culinaria a rifocillarli. Dopo aver
dormito ammucchiati solo alcune ore su un po’ di fieno “in pieno
comunismo” alle due del mattino ripartirono su un sentiero pietroso
chiamato “strada arrabbiata”. Superati i ghiacciai della Coche,
dell’Agnello e del Mottet, che fanno mettere a dura prova gli
alpenstock, alle tre del pomeriggio del 14 agosto giunsero sulla vetta.
Hermil così prosegue: “il panorama che si presentò ai nostri occhi da
quella cima di 3375 metri è di un’imponenza senza pari. Non una nube che
offuscasse la serenità dell’orizzonte; da un lato le cime del Vallonet,
di Sommeiller e di Etiche, dietro le quali si apre il bacino di
Rochemolle e di Bardonecchia; la punte di Belle Combe sullo sfondo
dell’interminabile catena delle montagne della Savoia; presso di noi le
vertiginose guglie dei Tre Denti fantasticamente bizzarre; poi la
maestosa cima di Bard graziosamente coperta da una calotta di ghiaccio;
più lungi il Rocciamelone che visto da questo lato presenta un aspetto
svelto ed elegante e la delicata sfumatura delle montagne che vanno man
mano perdendosi nelle pianure piemontesi. Sostammo ad ammirare il
meraviglioso spettacolo e non avremmo così presto lasciata la
contemplazione di tante bellezze se un vento gelato ed impetuoso non ci
avesse costretti a prendere rapidamente la discesa. Alle otto di sera
finalmente scorgevamo a poca distanza innanzi a noi le grange di Sevina;
i tre portatori che avevamo congedato alla mattina ci attendevano in una
grangia di proprietà del Signor Valloire, ove ricevemmo dalla sua figlia
Rosa la più cortese ospitalità. Era da diciotto ore che ci trovavamo in
cammino, tredici di salita e cinque di discesa; quindi si può
agevolmente comprendere l’entusiasmo col quale dopo una breve refezione
si presero d’assalto i giacigli di paglia messi a nostra disposizione.”
Il giorno successivo gli alpinisti, scesi alla Gran Croce del
Moncenisio, vennero raggiunti da numerosi amici saliti appositamente da
Susa per festeggiarli e dopo un lauto banchetto, verso sera il folto
gruppo si incamminava lungo la strada napoleonica raggiungendo così la
sede del Club nel palazzo Couvert “lietissimi della fatta escursione
riuscita in modo così piacevole e soddisfacente”.
Dopo
135 anni dalla memorabile impresa, nei medesimi giorni 13, 14 e 15 di
Agosto, con costumi d’epoca, corde di canapa, ramponi, racchette da neve
ed alpenstock come quelli usati dai pionieri dell’alpinismo valsusino,
un gruppo di Soci CAI, nel rigoroso rispetto del programma e
dell’itinerario seguito in quell’epoca, ha effettuato la rievocazione
della conquista della Rocca. Si è quindi ripetuta la prima ascensione di
gruppo che la storia ci ha tramandato, che a pieno titolo può
considerarsi la genesi dell’alpinismo in Valle di Susa. Nei tempi in cui
i ricordi parevano affievolirsi, mantenere vive le proprie radici e
rispolverare le memorie del passato, stimolano motivazioni di fierezza
fra coloro che si ispirano ai valori morali dei propri predecessori. Con
questi intenti, il Consiglio direttivo auspica pertanto che il ricordare
come la montagna sia stata vissuta dai pionieri dell’alpinismo,
rinvigorisca la passione per le terre alte e contribuisca a far
lievitare l’orgoglio di appartenenza ad una associazione che può
fregiarsi di una storia memorabile. 40 La Valsusa Speciale Cai di Susa
N. 32 - GIOVEDI' 30 AGOSTO 2007 di Roberto Follis LA STORIA Con il CAI
di Susa, dopo 135 anni dalla prima ascensione, tra memoria e attualità
Alla Rocca d’Ambin tra passato e presente Escursione e rievocazione nei
giorni 13, 14 e 15 agosto La partenza dalla sede La partenza da
Giaglione con le guide e i portatori.
Per saperne di più: E.
HERMIL, Ascensione della Roche d’Ambin, Bollettino del
CAI n. 20 Vol. VI – 1873 p.p. 244 – 250 R. FOLLIS, 135
anni di passione per la montagna, Bevione, Borgone di
Susa, 2007. L’arrivo a Tiraculo Ammirando gli affreschi
sulla cappella di S. Stefano In vetta Il ritorno
Roberto
Follis |