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Editoriale
Nel
2013 si celebreranno i 150 anni del CAI, nato nel 1863 a Torino, il cui
Statuto all’articolo 1 così recita “
libera associazione nazionale ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua
manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di
quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale.” È
nell’Ottocento che in seguito alla diffusione delle teorie illuministiche e
del Romanticismo la montagna diviene un luogo di grande attrazione - meta di
pochi e in gran parte privilegiati - dove amore per la natura e sfida al
pericolo s’intrecciano indissolubilmente.
Nel Novecento in concomitanza con le progressive trasformazioni della
società cambia il rapporto con la montagna, non più destinata ad una
ristretta élite: su larga scala si diffondono le attività ad essa legate -
soprattutto escursionismo e sci - con la conseguente nascita di
problematiche connesse alla sua frequentazione sempre più intensiva.
In un modello sociale sempre più proiettato verso la ricerca di forti
emozioni, oggi la montagna rischia di trasformarsi in un gigantesco
luna-park:
manca l’effettiva conoscenza dell’Alpe e dei suoi pericoli, si affrontano
così con leggerezza situazioni e luoghi che necessitano invece di
consapevolezza delle difficoltà e di percezione dei rischi. E dunque
aumentano gli incidenti, spesso mortali.
Come è cambiato il modo di “fare” montagna? Che cosa significa rispettare la
montagna? Cosa è o non è etico nell’alpinismo? Perché giocare con il rischio
estremo? La sicurezza o l’avventura? Il rischio o la pianificazione che
spegne ogni emozione? La libertà incondizionata o il rispetto di norme
stabilite dal legislatore? Tra questi estremi la saggia via di mezzo, che sa
vedere nelle attività in montagna una dimensione in cui non è possibile
eliminare totalmente il rischio, a costo di snaturarne l’essenza. Il CAI da
anni ha avviato la discussione sul tema della sicurezza e parallelamente
quello sull’etica dell’alpinismo; anche noi abbiamo voluto dare un
contributo alla riflessione su queste tematiche, raccontando inoltre la
trasformazione che nelle nostre valli ha accompagnato l’approccio alla
montagna.
L’evoluzione della società, con tutti i pregi e i limiti che caratterizzano
tale processo, ha inevitabilmente condizionato l’evoluzione (o
l’involuzione?) dell’alpinismo, ponendo nuovi interrogativi di natura
sociale, etica, ambientale. Se le motivazioni sono sostanzialmente le
stesse, le risposte sono diverse, come è diverso il rapporto tra la società
stessa e l’alpinismo, una società che spinge alla fretta, al tornaconto,
all’esibizione dei risultati, allo spirito competitivo. Parafrasando un
famoso titolo di Gian Piero Motti, si stanno contendendo la scena i nuovi
falliti? Qual è il senso dell’alpinismo? Fiumi di inchiostro sono già stati
versati su questi ineludibili interrogativi, ma c’è sembrato interessante
vedere nella nostra realtà i segni del tempo, partendo dunque dagli
itinerari sulle montagne della Valle di Susa e Val Sangone, percorsi per
passione o per professione, da escursionisti o guide alpine. Il lettore
potrà pertanto seguire la riflessione sul ruolo della scuola nell’educare ai
valori della montagna, sulla funzione del Soccorso Alpino e delle Scuole di
alpinismo nel favorire un
approccio consapevole, sui cambiamenti che hanno investito i rifugi, o sulle
trasformazioni dei clienti percepiti da una guida alpina. Si è voluto anche
dar voce ad una giovanissima appassionata, che nell’analisi delle sue
motivazioni stenta a comprendere perché tra i suoi coetanei pochi subiscano
il fascino prepotente di questo ambiente meraviglioso. “Il
cielo sarà anche più vicino, sulle montagne, ma la virtù della vetta è un
inganno e gli alpinisti non sono uomini superiori. Sono altro, però:
testardi, litigiosi e passionali, e anche un po’ bambini.” Ci
piace concludere con questa frase di Enrico Camanni, tratta dal suo libro La
metafora dell’alpinismo,
per tornare a pensare che la montagna su cui riversiamo tante attese e in
cui cerchiamo di ricaricarci dalla quotidianità, non può essere ridotta a
territorio di avventura, di sfida o conquista, essa è soprattutto scuola di
vita, luogo di esperienza e conoscenza di se stessi in rispetto e sintonia
con l’ambiente.
Tiziana Abrate
Anna Gastaldo
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Montagne
come sentieri di benessere e di salute Che per noi la montagna rappresenti
un richiamo irrinunciabile è evidente, ma che la nostra passione possa
contagiare chi sembra esserne immune è l’obiettivo che ci ha condotti a
sviscerare in questo numero di Muntagne Noste le ricadute positive, sul
corpo e sulla mente, dell’andar per monti.
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Editoriale
Acqua come arché,
principio di tutte le cose: già nel VI secolo avanti Cristo il filosofo
greco Talete aveva ipotizzato che l’origine del cosmo sia in questo elemento
della natura, poiché non può esistere vita in sua assenza. Acqua come mezzo
di distruzione: nel biblico racconto del diluvio universale l’acqua si
trasforma in una terribile punizione a cui nessuno può sfuggire, se non per
volontà divina. Tra questi due estremi, una certezza scientifica: l’H2O, due
molecole di idrogeno legate ad una di ossigeno, è oggi più che mai un bene
prezioso da preservare, di cui troppi uomini e donne scarseggiano e che per
contro tanti sprecano. E’ fondamentale per la nostra esistenza ed un bene
irrinunciabile in base al quale si valuta il grado di civiltà di una
nazione. Proclamata nel 1993 dall’Assemblea delle Nazioni Unite, ogni anno
il 22 marzo si celebra la Giornata Mondiale dell’Acqua: perché la carenza
d’acqua è un’emergenza mondiale ed in alcune aree del pianeta è una vera e
propria catastrofe. Il 23 settembre 2008 si è consumato l’earth overshoot
day, giorno di ogni anno in cui si esauriscono le risorse rinnovabili,
acqua compresa. Ciò significa che a partire da quella data consumiamo quasi
il 40% di quello che la natura può offrirci senza impoverirsi. Acqua come
risorsa non illimitata, dunque: la storia ci mostra come si sia passati
dalla necessità di difenderci dall’acqua a quella di difendere l’acqua da
attività antropiche sempre meno attente alla straordinaria fragilità dei
beni naturali. La conoscenza e la consapevolezza di un problema così grave
impongono di guardare con occhi diversi il territorio in cui viviamo e di
mettere in atto comportamenti e strategie mirate. Acqua↔montagna è dunque il fil
rouge che
lega le pagine del nostro Annuario 2009, nella convinzione che conoscere,
vivere e difendere la montagna significhi anche riflettere sul fatto che il
comune denominatore di tante attività, sportive ed economiche, praticate da
secoli in questo delicato ecosistema, è il prezioso oro blu. Usata,
sprecata, amata, temuta, desiderata: l’acqua in tutti gli stati in cui si
presenta assume nelle nostre valli un rilievo che non può essere
disconosciuto. Per tale ragione abbiamo voluto approfondire il rapporto che
unisce attività fondamentali per la sussistenza delle popolazioni alpine
come l’agricoltura e l’allevamento alle risorse idriche, rapporto che ha
comportato la realizzazione già in tempi remoti di ardite opere di
canalizzazione e di ingegneria idraulica che segnano ancora oggi il nostro
paesaggio: canali, mulini, bealere e dighe. Un altro aspetto sul quale ci
siamo soffermati/e riguarda la rivoluzione industriale e l’utilizzo delle
macchine, fenomeni legati indissolubilmente allo sfruttamento dell’acqua:
ancora oggi la stessa acqua che muove le turbine, e che è stata definita con
un felice ossimoro carbone bianco, è strumento di divertimento e di svago.
Essa costituisce anche la materia prima dei nostri amati sport: sci,
racchette da neve, cascatismo, canyoning traggono infatti la loro linfa
vitale dal prezioso elemento e dalle penne di chi pratica tali sport sono
nati articoli che sottolineano la sua fondamentale funzione. Ci siamo
inoltre interrogati/e sulla produzione della neve artificiale - cercando di
confrontare benefici ed impatto sull’ambiente - sulla penuria di acqua
laddove sino a pochi anni fa essa zampillava copiosa e anche sul dissesto
idrogeologico. Terribili alluvioni e conseguenti piene hanno infatti
causato sconvolgimenti anche nelle nostre valli, abbiamo pertanto ripercorso
tristi pagine della nostra storia anche se la maggiore coscienza ambientale
di oggi ha messo in luce che la vera causa di tante tragedie annunciate sono
spesso scelte sbagliate dell’uomo. I dati sullo spreco, la costruzione di
fontane e di ghiacciaie, l’acqua ispiratrice di voci poetiche completano poi
l’Annuario 2009. Chiare, fresche et dolci acque, non quelle di petrarchesca
memoria, ma quelle che scorrono tra i nostri monti, danno vita a magnifiche
cascate, scavano tenebrosi orridi, irrigano prati, dissetano uomini e
animali ed evaporando tornano sotto forma di cristalli ad imbiancare la
terra. Beni preziosi da custodire e difendere e di cui abbiamo voluto
parlare, perché siano patrimonio comune di tutti noi, che amiamo questa
Terra e la vogliamo conservare integra per ogni forma di vita futura.
Tiziana Abrate
Anna Gastaldo
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Una
Valle di passaggio
Attualmente
la nostra valle viene definita "corridoio di servizio per il transito
internazionale", in altre epoche era semplicemente una valle di passaggio,
anzi LA VALLE di passaggio per eccellenza verso occidente.
Non sono state oscure macchinazioni o ambigue cospirazioni a riservare al
nostro territorio tale ruolo, ma, molto più semplicemente, la sua
collocazione geografica e la sua struttura morfologica.
Abbiamo deciso di offrire ai nostri lettori alcuni spunti di conoscenza e
riflessione. Vi racconteremo storie di uomini che transitarono in valle, che
valicarono i nostri colli, che percorsero le "muntagne noste". In questi
scritti non c’è la pretesa di spiegare tutto: millenni di storia valsusina
non si descrivono in pochi articoli, non è questo il nostro ruolo nè saremmo
capaci di farlo.
Abbiamo semplicemente scritto di colli e di montagne, di contrabbandieri e
di alpinisti, di condottieri e di mercanti, di frati e di "eretici". Tutta
gente che dalle nostre parti è passata e non si è fermata; in alcuni casi ha
portato benessere e pace, in altri devastazione e fame. È bello immaginare
che i sentieri che calpestiamo nelle nostre escursioni sono gli stessi
percorsi dalle legioni romane, dalle scarpette del marchese Donatien De
Sade, dai Valdesi nel loro "Glorioso Rimpatrio", dalle zampe degli elefanti
di Annibale, da soldati di perduti regni e da gente di perduta memoria.
Crediamo che anche questo sia un modo di vivere la montagna: percorrerla e
raccontarla, fermarsi a contemplare gli stessi scorci contemplati da
generazioni passate, uscire per un momento dai limitanti schemi del "siamo
andati da lì a là in x minuti, con un dislivello di y metri".
Abbiamo cercato anche di offrire idee per escursioni, arrampicate, ferrate,
pedalate in MTB come è nostra tradizione; le pagine finali sono dedicate
all’attività dell'Intersezionale.
Quando in redazione si è proposto di improntare questa rivista sul tema "Una
valle di passaggio", non tutti erano favorevoli, per alcuni infatti la
rivista deve restare l’annuario dell’Intersezionale. E’ una prova:
aspettiamo da voi lettori consigli e suggerimenti per decidere insieme su
quale strada continuare.
La redazione
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UN’INTERSEZIONALE
PER TUTTI
Fortunatamente l’Intersezionale
non è soltanto un’istituzione per pochi soci costretti a scorazzare tutto
l’anno in valle girando tra le varie sezioni a discutere di argomenti che
gastronomicamente definirei "una pizza", ma è anche momento di aggregazione
con scambio di opinioni,esperienze e…pettegolezzi.
Così anche quest’anno quando al santuario di Madonna della Bassa, alle
pendici del M. Arpone, in 250 ci siamo ritrovati orfani dei nostri
inseparabili telefonini (mancanza di segnale) e senza più l’ausilio
dell’ormai obsoléto telegrafo ottico dei fratelli Chappe tagliati fuori dal
mondo e costretti al dialogo, non abbiamo esitato ad abbandonarci ai
tradizionali bagordi disibinitori.
Inebriati dal vino e stuzzicati da braciole, pollo e salsiccia, si
filosofeggia, spaziando dal TAV al CAI-LPV, dall’aumento del bollino alla
tassa decennale sulle cartine, dalla cottura della carne (il sale va messo
prima, durante o dopo?) ai retrogusti del vino Avanà (Avenà, Avenai..).
I fumi dell’alcool salgono, i tabù si infrangono, i miti crollano (vero
Giorgio?) pugnalati alla schiena da "amici" senza scrupoli (vero Pieraldo,
Vittorio,……..).
Tra l’euforia generale al grido di "Ezio! Ezio! Ezio!" si apre la
tradizionale lotteria. Lui ringrazia, estrae numeri, elargisce premi,
ironizza e si complimenta con i vincitori. Grande Presidente…Ezio!
Mentre il vincitore del 1° premio si allontana sulla fiammante mtb
accompagnato dal classico" ai voluto la bicicletta? Adesso pedala" la festa
si chiude tra saluti, strette di mano e un arrivederci al 12 novembre quando
sulle note di una canzone degli anni 60 andremo "tutti al mare…a mostrar le
chiappe chiare".
Claudio Usseglio Min
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