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Gli albori dell'alpinismo in Valsusa


Come qualunque ricerca storica, quella relativa all’individuazione delle origini dell’alpinismo, ha offerto agli studiosi molteplici aspetti interessanti. Molti autori si sono addentrati nell’immenso rebus volto a stabilire una data certa, ma gli esiti emersi non sono sempre stati univoci. Per cercare di comprendere

la genesi dell’alpinismo e i moventi che l’hanno originato, si è reso necessario studiare l’evoluzione dell’atteggiamento dell’uomo nei confronti della natura. Prima che iniziasse l’alpinismo come fenomeno tangibile del periodo illuministico e del trionfo della scienza e della ragione, l’atteggiamento dell’uomo verso le montagne fu piuttosto timoroso. Fin dall’antichità i monti hanno rappresentato nell’immaginario collettivo, qualcosa di maestoso, legato al concetto di divinità. Senza dubbio la prima montagna che ricordi la storia sulla quale si posò piede umano fu il monte Ararat ove Noè dopo il diluvio universale scese dall’Arca sulla quale si era rifugiato con la propria famiglia e con una coppia di tutti gli animali. Secondo quanto tramandatoci dall’Antico Testamento, si annovera pure l’ascensione di Abramo sul monte Moriah e quella effettuata da Mosé sul Sinai; questi primordi, come si può dedurre, erano dettati esclusivamente da motivazioni mistiche e religiose. I Greci ponevano la sede degli dei sull’Olimpo. Gli antichi popoli che vivevano nei territori alpini, rifuggivano dallo scalare le vette, sulle quali ritenevano abitassero le Dee Matrone; così pure i Romani non si sottrassero da un senso di superstizioso timore di fronte alle alte cime. In questo periodo storico la catena formata dalle Alpi, era considerata una difesa naturale, assumendo la duplice funzione di proteggere l’etnia delle tribù e al tempo stesso di difendere i territori dalla colonizzazione romana e successivamente dalle incursioni barbariche. I colli alpini del Clapier, del Monginevro e del Cenisio vennero però frequentemente valicati per necessità o ragioni belliche, ma quasi mai per curiosità, spirito di avventura o di scoperta. Durante l’ultimo periodo del Medioevo, quando i popoli ponevano ancora sui monti la sede delle streghe e degli spiriti maligni, Dante scala il monte Falterona intravedendo nella montagna il mezzo per accedere alle sfere dell’Empireo (Purgatorio. IV,31). Caratteristiche più vicine alle vere e proprie ascensioni alpine furono quelle effettuate nel XIV sec. La prima di cui si ha notizia è quella attribuibile a Petrarca il quale il 22 aprile 1336 scalò in stile moderno e sportivo il monte Ventoux in Provenza, descrivendo l’impresa nella famosa lettera "Epistola Familiari". La salita al Ventoux costituisce senza dubbio la prima esaltante seppur modesta, prova alpinistica "per la brama e il gusto di vedere molte cose". Bonifacio Rotario per sciogliere un voto, superando ogni difficoltà, sorretto dalla fede, il 1° settembre 1358 deposita sulla vetta del Rocciamelone in una grotta scavata nella viva roccia, un trittico in bronzo con l’effige della Madonna. Nei secoli successivi sulle Alpi seguono importanti ascensioni che tralascio di citare, poiché esulano dalle finalità di questo articolo che si prefigge di trattare la genesi dell’alpinismo in Valle di Susa; a chi intendesse approfondire l’argomento demando la lettura della mia monografia pubblicata sulla Rivista della Società di Ricerche e Studi Valsusini-Segusium, n° 44-anno XLII del mese di ottobre 2005. Ma l’era dell’alpinismo fino a se stesso come oggi concepito, inizia solo nel 1786 con la conquista del Monte Bianco ad opera di Jacques Balmat e del medico di Chamonix Paccard. Anche lo scienziato naturalista ginevrino Horace Benedict de Saussure, che aveva ideato e sponsorizzato la prima ascensione della vetta, riesce nell’anno successivo a coronare i suoi propositi che da tempo accarezzava. La straordinaria impresa alpinistica diede un notevole impulso alla ricerca scientifica ed all’interesse esplorativo verso i grandi massicci alpini. L’alpinismo è nato dunque sul Monte Bianco e tutto quanto è avvenuto in seguito non è altro che la conseguenza di quell’evento importante e memorabile. Settanta anni dopo, nel 1857 nasceva in Inghilterra l’Alpine Club, la prima associazione alpinistica europea e mondiale, che curò la rivista "L’Alpine Journal", la più ricca collezione di avventure straordinarie. Lo scopo che il Club si proponeva era quello di creare una buona intesa tra gli alpinisti, di sviluppare l’alpinismo e l’esplorazione della montagna nel mondo intero, nonché la conoscenza più approfondita della medesima per scopi scientifici. L’esempio inglese produsse rapidamente dei proseliti; in meno di un quarto di secolo quasi tutte le nazioni europee fondarono i propri club. La Svizzera fu la prima a seguire l’Inghilterra nel 1863 anticipando di pochi mesi l’Italia. Nell’anno 1869 fu la volta della Germania e dell’Austria ed in seguito nel 1874 la Francia che, essendo il fanalino di coda compenserà il ritardo con una galante innovazione ammettendo per la prima volta la partecipazione del gentil sesso. Sulle orme del modello inglese, in Italia matura l’idea di fondare un Club degli alpinisti. Il 12 agosto 1863 Quintino Sella, ministro delle finanze del governo Rattazzi, dopo aver portato a termine la prima ascensione italiana al Monviso (la terza in assoluto di quella montagna in quanto le prime due erano state appannaggio degli inglesi), scrive a Bartolomeo Gastaldi testualmente: "A Londra si è fatto un Club Alpino, cioè di persone che spendono qualche settimana dell’anno nel salire le Alpi, le nostre Alpi! Ivi si fanno tutti i libri e le memorie desiderabili; ivi si leggono le descrizioni di ogni salita, ivi si conviene per parlare della bellezza incomparabile dei nostri monti e per ragionare sulle osservazioni scientifiche che furono fatte e sono da farsi …" la lunga lettera prosegue ancora: "… ora non si potrebbe fare alcunché di simile anche da noi? Io crederei di si ...". Quintino Sella aveva così lanciato il sasso nello stagno e quella iniziativa venne raccolta. Bartolomeo Gastaldi diventerà poi il Presidente del sodalizio. Il 23 ottobre 1863 in una sala del castello del Valentino a Torino, venne istituito il Club Alpino "… con lo scopo di far conoscere le montagne più specialmente le italiane, di agevolare le salite e le esplorazioni scientifiche". Quintino Sella e gli amici convenuti al Valentino sono quindi i padri fondatori del C.A.I.

Molte figure importanti di quegli albori ruotano intorno a loro, a quei nostri illustri antenati. Per quanto riguarda le origini dell’alpinismo in Valle di Susa, occorre premettere che la conformazione geografica del territorio ha costituito fin dall’antichità il naturale corridoio di transito verso i valichi alpini; per ragioni diverse la valle vide transitare eserciti, papi, re, imperatori, pellegrini e viandanti. Con l’inaugurazione della linea ferroviaria Torino-Susa nel 1854 e del traforo del Frejus nel 1871, la Valle attrasse un nuovo e massiccio interesse diventando la palestra preferita per le ricerche più svariate. La tipica caratteristica di area montana facilmente raggiungibile con il formidabile vapore, agevolò nell’ambiente culturale il risveglio di una particolare attenzione per la sua storia e per le bellezze naturali. Ebbe così origine un’attività che unì intellettuali e membri dei circoli culturali con esponenti di rango elevato e di spiccata matrice elitaria, che ambiva sentirsi parte integrante delle vicende italiane post unitarie. La città di Susa benché penalizzata dal fatto che la ferrovia anziché proseguire verso il Frejus dal proprio "imbarcadero" si diramò da Bussoleno, mantenne per lungo tempo il prestigioso ruolo di capoluogo socio-politico della valle, tant’è che proprio in quegli anni nacquero i suoi più eccellenti centri culturali, tra i quali in primis il C.A.I. La sezione di Susa si costituisce il 21 luglio 1872 per iniziativa di 21 persone raggiungendo l’ambito ottavo posto in Italia dopo Torino, Aosta, Varallo, Agordo, Domodossola, Firenze e Napoli. Ai vertici del sodalizio vennero nominati in veste di presidente il Sottoprefetto di Susa Giovanni Chiarle, segretario l’avvocato Ernesto Hermil, condirettori l’onorevole Felice Chiapusso e l’avvocato Federico Genin. La sezione stabilisce la sua sede nel palazzo Couvert con diramazioni in tutto il Circondario che includeva i 58 comuni compresi nelle valli di Susa e Sangone, suddivise in otto mandamenti con una popolazione di 58135 abitanti (tale suddivisione territoriale era stata istituita a seguito della riorganizzazione amministrativa del 1861 dopo l’unità d’Italia che tra l’altro aveva abolito la Provincia di Susa). Lo Statuto prevedeva che gli scopi del sodalizio fossero finalizzati a "far conoscere le montagne che spettano alla valle di Susa, promuovere le escursioni alle medesime, agevolarvi le ascensioni e le esplorazioni scientifiche" Con la circolare programma inviata a tutti i soci l’onorevole Chiapusso scriveva testualmente:" Il Club Alpino non dirige le sue mire soltanto alla facilitazione delle ascensioni in montagne con la formazione di strade, guide, osservatori e stazioni meteorologiche, né si appaga dello studio e conoscenza delle montagne stesse, ma impresso anche a illustrarle e perpetuare su di esse con monumenti, quelle memorie che importa tramandare ai posteri nell’interesse della storia, come in quelle della scienza e dell’umanità". La sezione avvia quindi un’attività frenetica improntata alla realizzazione di opere celebrative di eventi storici del glorioso passato sabaudo e commemorative dei personaggi illustri che si erano particolarmente distinti nel campo della cultura e del progresso civile. I soci fondatori organizzano pure numerose escursioni finalizzate a scopi didattici e di ricerca nel settore della geologia, glaciologia, botanica e zoologia. In quell’epoca tutta la cerchia alpina risultava sommariamente frequentata da cacciatori, botanici, tecnici minerari, militari addetti al ruolo tattico e strategico per la difesa dei confini, nonché tecnici ferroviari incaricati della stesura dei progetti per la costruzione della strada ferrata e del traforo del Frejus. Anche la stesura della cartografia catastale era stata l’occasione per effettuare rilievi sul territorio. A questo proposito si è a conoscenza che il 25 agosto 1860, l’ingegnere Antonio Tonini, incaricato della triangolazione topografica, perì in un crepaccio del ghiacciaio compreso tra il Monte Ferrand, il Colle dell’Agnello ed il Gros Muttet in territorio di Giaglione. Egli in veste di delegato del catasto distrettuale di Susa, coadiuvato dal geometra Levis di Chiomonte e dalla guida alpina Aschieris di Giaglione, stava compiendo i rilevamenti catastali per la stesura della Mappa Rabbini. Risulta altresì che nel 1821 ad opera di ingegneri piemontesi e austriaci, la Rocca d’Ambin situata nel massiccio che prende il nome da tale montagna, sia stata scalata per misurare l’arco di parallelo terrestre fra la Torre di Fiume sull’Adriatico e la Torre di Cordovan sull’Atlantico; tale rilevamento di geodesia è documentato dall’alpinista Francesetti il quale in una litografia inserita nel libro "Lettres sur les valles de Lanzo" riproduce la piramide alta otto metri che era stata eretta sulla vetta del Rocciamelone per le finalità sopra descritte. Ma la prima impresa alpinistica di rilievo organizza dalla sezione del C.A.I. a livello sociale che la storiografia ci ha tramandato, venne effettuata nei giorni 13 e 14 agosto 1872 alla Rocca d’Ambin, esattamente il mese successivo alla sua fondazione. Nella cronaca puntuale effettuata dall’avvocato Hermil che a quell’epoca rivestiva la carica di segretario del sodalizio, pubblicata sul bollettino n° 24-volume VI-1873 della sede centrale del C.A.I. di Torino, la Rocca venne definita "Una delle più ragguardevoli e poco esplorata cima che coronano la valle di Susa". La descrizione così prosegue: "… dai nostri valligiani sotto il nome d’Ambin si comprende una vasta regione di montagne e di valloni che dalle inaccessibili guglie dei Tre Denti si estende fino alla Rognosa, testè molto propriamente battezzata dai signori professori Bartolomeo Gastaldi e Martino Baretti, col nome di Punta Sommeiller. Se osserviamo la carta topografica dello Stato Maggiore, lungo questa linea di creste e di avvallamenti, vi troviamo due punte chiamate d’Ambin, delle quali quella che è propriamente la Roche d’Ambin, elevata 3375 metri s.l.m. vi è distinta con l’altro appellativo di Punta dell’Agnello, perché sovrastante al ghiacciaio dello stesso nome; vi troviamo pure due colli d’Ambin, uno a ponente della Punta Sommeiller, l’altro a sud della Punta Ferrand; un terzo colle chiamato d’Ambin dagli alpigiani è quello superiore al ghiacciaio dell’Agnello che come gli altri due dà passo al Gran Vallone sul versante della Savoia. Questa identità di nome applicata a passaggi e vette diverse, non puossi ad altro attribuire che all’essere finora pochissimo conosciute e praticate queste montagne, che per tutti i riguardi sono degne della maggiore attenzione; la recente istituzione di una sede del Club Alpino di Susa, agevolandovi le ascensioni, fa sperare che d’ora in poi gli alpinisti potranno conoscere ed apprezzare tante bellezze finora inesplorate …". Proprio nell’ottica di questi auspici e tenuto conto che nell’anno 2007 ricorre il 135° anniversario dalla fondazione del C.A.I. Segusino e della prima impresa alpinistica in assoluto in valle, il Consiglio della Sezione ha deliberato di effettuarne la rievocazione storica. Ciò innanzitutto allo scopo di mantenere vivo il ricordo dei propri pionieri tributando loro gratitudine ed al fine di riscoprire le tracce di un passato per renderle patrimonio delle giovani generazioni stimolando l’orgoglio di appartenenza ad un Club che vanta una memorabile tradizione. In sinergia con il comune di Giaglione ed i promotori del pregevole catalogo sull’alpinismo storico del Massiccio d’Ambin,l’iniziativa persegue altresì lo scopo di attrarre l’intesse per un luogo affascinante e dimenticato dal moderno alpinismo. 

Roberto Follis

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