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Alle donne del CAI : "Io v’ho sentito stridere di brama"


 Alle donne del CAI
… compagne di gite, di vita, di sogni.
Un testo in occasione dell’8 marzo, Festa della Donna, da parte del socio Riccardo Quarello.

 

 

 

Io v’ho sentito stridere di brama

(Un grido, un auspicio, una preghiera)

  

Io v’ho sentito stridere di brama

nell’aria incandescente, altana arcana,

 

non so se donne o furie o supernove,

in terra, o sotto, o in cielo, o non so dove,

 

avete voi carpito, a me e alla gente,

non forse il cuore, ma certo la mente,

 

come fate nell’ere più cruente,

quando il mondo vi figlia, atrocemente.

 

 

 

Più in alto o in basso, o in fondo, nel basalto,

dove non v’è contrasto né contralto,

 

dove non v’è soprano né tenore,

o prima o dopo la marcia dell’ore,

 

nel cielo di latte della luna,

dove sventata è andata la fortuna,

 

nell’assolata magica regione

che ha sciolto l’ali care alla ragione,

 

 

 

o sotto questo perfido epicentro,

del tempo-spazio al bordo, oppure al centro,

 

nell’ipocentro sotto al baricentro

del baccano, che a noi pare concerto,

 

e ad altro non dà luogo che a spavento,

e fumo grigio e avvelenato vento,

 

e smercia come argento infimo peltro

e trae provento dal nostro scontento…

 

 

 

voi forse v’aprireste all’armonia

di cui l’umano, intero, sa la via,

 

tra la materia, ch’entro si rapprende

quando le manca il fuoco che l’accende,

 

e lo spirito, che alto e solo vola,

e intende, e non si stende e non consola,

 

a far di monodia ed epifania

felice rapinosa rapsodia,

 

 

 

là dove il vuoto è pieno, e il pieno è vuoto,

là dove il tempo è fermo, e il moto è immoto,

 

là dove non si deve più soffrire,

del femminile, il tenero frinire,

 

e, del maschile, il rigido infierire

nell’ossessivo gelido inseguire,

 

che delle nostre vite fan l’inferno

e della nostra storia il lungo inverno,

 

 

 

là dove l’alto è in basso, e il basso è in alto,

e il desiderio si fa vasto e casto,

 

e soddisfatto appare anche il bisogno,

perché più che reale è fatto il sogno,

 

e il surreale ispira il nostro fare,

il virtuale mutando in effettuale,

 

il singolare integrando al plurale,

recuperando un senso al respirare.

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